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Ciò che ci manca del Festivalbar non è il Festivalbar. È Vittorio Salvetti

Maurizio Bonaccorti August 13, 2026

Dal Festivalbar di Vittorio Salvetti agli algoritmi di Spotify e TikTok: quando i numeri hanno iniziato a sostituire l’intuito.

Ogni estate torna puntuale la stessa domanda: perché non si fa più il Festivalbar? In realtà i programmi musicali estivi in tv esistono ancora. Ci sono Battiti Live, i TIM Summer Hits, grandi eventi televisivi, piazze piene, artisti che si alternano sul palco, tormentoni estivi, conduttori, pubblico. Apparentemente non manca niente.

Eppure manca qualcosa. O meglio, forse manca qualcuno: qualcuno che scelga.

Chi ha vissuto il Festivalbar negli anni ottanta e novanta ricorda qualcosa che oggi è difficile spiegare a chi non c’era. Non era semplicemente un programma musicale. Era un appuntamento che si guardava in famiglia, con gli amici, attraversava le generazioni e, soprattutto, aveva conseguenze: il giorno dopo ne parlavano i giornali, ne parlavano le radio, ne parlavamo noi.

Una performance poteva cambiare la percezione di un artista. Un cantante ancora poco conosciuto poteva improvvisamente entrare nelle case di milioni di italiani. Un artista straniero poteva arrivare sul palco del Festivalbar e, da quella sera, avere finalmente un volto per un pubblico che magari ne conosceva soltanto la canzone (lo sapevate che una volta il videoclip si faceva SOLO se la canzone funzionava in radio?)

Certo, era un altro mondo. E sarebbe intellettualmente pigro liquidare tutto con il solito “una volta la musica era migliore”.

Non è questo il punto e non penso sia neanche un concetto così granitico.

Perché il Festivalbar non si fa più: l’ultima edizione è quella del 2007

Il Festivalbar è andato in onda dal 1964 al 2007. Vittorio Salvetti era morto il 19 ottobre 1998, l’anno in cui la finale era tornata all’Arena di Verona come lui desiderava. Dal 1999 la produzione era passata al figlio Andrea Salvetti. Probabilmente sarebbe semplicistico cercare una sola ragione per spiegare la fine di un evento di quelle dimensioni. Il mercato musicale stava cambiando, così come stava cambiando la televisione e il modo stesso di scoprire e consumare la musica. Un meccanismo enorme, fatto di grandi piazze, trasferte, artisti italiani e internazionali, sponsor e prima serata televisiva diventava inevitabilmente più difficile da sostenere.

Questo potrebbe spiegare perché il Festivalbar sia finito ma non spiega perché, quasi vent’anni dopo, nessuno dei grandi eventi musicali estivi che ne hanno in qualche modo raccolto l’eredità sia riuscito a ricreare lo stesso clima collettivo. Per provare a capirlo bisogna tornare alla musica, ma soprattutto a chi quella musica decideva di metterla su un palco.

Tormentoni estivi: prima di essere un tormentone era una canzone

Anche negli anni ottanta e novanta esistevano canzoni estive leggere, leggerissime e persino dimenticabili. Non ogni brano passato dal Festivalbar era destinato alla storia della musica, così come qualche brano mai salito su quel palco alla storia ci è passato eccome.

La differenza stava anche nel fatto che c’era qualcuno disposto ad assumersi la responsabilità di decidere chi volesse su quel palco.

Anche il tormentone semplicemente nasceva come canzone e diventava tormentone. Oggi una parte della produzione musicale sembra percorrere il tragitto contrario: nasce già con la necessità di possedere le caratteristiche necessarie per diventarlo. Una volta una canzone estiva (tormentone incluso) poteva permettersi una struttura meno funzionale all’immediatezza, mentre oggi è essenziale avere il gancio rapido.

Il ritornello deve arrivare presto, ci deve essere un riff, un groove, un campionamento, una frase immediatamente riconoscibile, qualcosa che possa essere estrapolato, condiviso, trasformato in reel, trend, balletto, contenuto.

Questo non significa che oggi non esistano belle canzoni o bei testi. Significa che persino il testo e la struttura di una canzone devono confrontarsi con un sistema che premia ciò che è di facile presa.

Insomma, se una volta una canzone doveva conquistare l’ascoltatore (magari per il testo profondo, per il tema scomodo), oggi deve innanzitutto conquistare la sua attenzione. E deve farlo in pochi secondi.

Spotify, TikTok e, in generale, le piattaforme di streaming non sono il male. Anzi, hanno democratizzato e rivoluzionato il concetto di divulgazione della musica ma ogni rivoluzione, mentre consegna qualcosa, porta via qualcos’altro.

Dal Festivalbar ai social: abbiamo guadagnato l’accessibilità dell’artista e perso l’attesa dell’artista

Ai tempi del Festivalbar vedere un cantante era un evento. Aspettavi che apparisse sul palco per guardarlo negli occhi, per sentirlo parlare, perché magari avevi ascoltato quella canzone decine di volte alla radio e visto il videoclip, ma non lo avevi mai “visto” per come era davvero, per come parlava, per come si muoveva fuori dai tre minuti di una canzone. Non sapevi praticamente niente di lui. C’era una distanza enorme e in quella distanza cresceva il mito.

Oggi abbiamo l’artista in tasca ventiquattr’ore su ventiquattro. Possiamo seguirlo, commentarlo, scrivergli e qualche volta ricevere persino una risposta. Sappiamo cosa mangia, come si chiamano i figli e i fidanzati, come si allena, dove si trova in vacanza. Una volta, se non andavi al suo concerto, spesso non sapevi quasi nulla di quell’evento; oggi puoi seguirne frammenti praticamente in tempo reale anche dal divano di casa.

Verrebbe da pensare che questa vicinanza abbia reso il rapporto tra artista e pubblico più reale e autentico. Ma quanto può essere davvero autentico qualcuno che sa di essere costantemente sotto una lente d’ingrandimento? Oggi una frase infelice, un gesto frainteso, persino un autografo non concesso possono essere ripresi, estrapolati dal contesto e diventare virali nel giro di poche ore, trasformandosi in un problema d’immagine davvero destabilizzante. È accaduto, per esempio, ad Alessandra Amoroso, travolta dalle polemiche per un autografo negato: un caso emblematico di quanto i social possano amplificare un singolo momento fino a trasformarlo in un ritorno d’immagine dannoso per l’artista.

La vicinanza, insomma, non coincide necessariamente con l’autenticità, ma di certo coincide con l’intrusione nella vita di un artista.

E se è vero che abbiamo guadagnato l’accessibilità dell’artista, è altrettanto vero che abbiamo perso l’attesa dell’artista. E chi è cresciuto negli anni Ottanta e Novanta sa bene di quale adrenalina stiamo parlando.

Quando oggi un cantante arriva sul palco di uno show televisivo estivo, spesso abbiamo già visto quella persona centinaia di volte e ascoltato quella canzone altrettante. La televisione non ce la sta facendo scoprire: i social lo hanno già fatto da tempo.

Ed è qui, forse, che si trova la differenza più profonda tra il Festivalbar e molti dei grandi eventi musicali televisivi di oggi.

Vittorio Salvetti e il Festivalbar: non fotografava soltanto il successo, contribuiva a costruirlo

Negli anni novanta il Festivalbar l’ho vissuto da dentro, lavorando in una casa discografica, e quindi a ragion veduta non mi sento di santificarlo trasformandolo in un’oasi incontaminata e pura.

Anche in quegli anni – giustamente! – il mercato contava. Contavano le vendite, contavano i passaggi radiofonici. I dati esistevano eccome e, sempre per rimestare in quel pentolone anni Novanta, come dimenticare Music Control, il sistema di monitoraggio che rilevava i passaggi dei brani sulle emittenti radiofoniche? Ogni venerdì mattina quei dati erano una sentenza con la quale affrontare la settimana promozionale successiva.

Ma quei dati non sostituivano la direzione artistica. Ed è qui che entra Vittorio Salvetti.

Salvetti dava appuntamento a tutti gli addetti ai lavori, ascoltava, valutava “la chicca”, ma naturalmente cercava anche i successi già acclarati. Conosceva il mercato, ma possedeva soprattutto quella qualità sempre più rara che dovrebbe appartenere a chi fa direzione artistica: l’intuizione.

Lo posso davvero dire. Io c’ero. Insieme a mio padre, Pippo Landro della New Music International, gli presentavamo quello che già conosceva e quello che avrebbe potuto intuire come un successo dell’estate.

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